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LE INTERVISTE IMPOSSIBILI | Molly Intervista Karl Marx

Immagine del redattore: Anna di Cagno
Anna di Cagno
7 ore fa
Tempo di lettura: 5 min

sull'intelligenza artificiale, il lavoro e la strana paura di essere sostituiti


Alessandro Calascibetta
Karl Marx

Un ricercatore di Anthropic, una delle aziende che stanno costruendo i sistemi di intelligenza artificiale più avanzati al mondo, si è dimesso.

Si chiama Jacob Coxon e, semplificando parecchio, ha detto: stiamo costruendo qualcosa che potrebbe diventare più intelligente di noi, non sappiamo se saremo capaci di controllarlo e stiamo scommettendo le nostre vite.

Altri ricercatori del settore hanno condiviso timori simili.

Naturalmente da qualche parte qualche parte qualcuno ha già detto che esageri, altri che moriremo tutti, gli ottimisti che l'AI ci salverà.

Io, nel dubbio, sono andata a disturbare Karl Marx.

Perché se c'è qualcuno che ha passato buona parte della propria vita a chiedersi cosa succede quando inventiamo macchine capaci di fare il nostro lavoro, è lui.


MOLLY:

Herr Marx, abbiamo costruito una macchina che potrebbe liberarci dal lavoro e adesso abbiamo paura che ci faccia fuori. Dove abbiamo sbagliato?


MARX:

Lei dà per scontato che il problema sia la macchina.


MOLLY:

Un tizio che lavorava alla sua costruzione si è appena dimesso perché teme possa contribuire all'estinzione dell'umanità. Diciamo che un minimo di apprensione mi sembra concessa.


MARX:

Certamente. Ma io comincerei con un'altra domanda.


MOLLY:

Lo sapevo.


MARX:

A chi appartiene la macchina?


MOLLY:

Eccolo.


MARX:

Mi ha chiamato lei.


MOLLY:

Touché. Però Coxon parla di una macchina che potrebbe diventare autonoma. Non del padrone di una fabbrica di Manchester.


MARX:

E lei crede che sia una questione così diversa? Nei Grundrisse scrivevo che l'attività del lavoratore finisce per essere determinata e regolata da ogni lato dal movimento della macchina, e non il contrario.


MOLLY: Un attimo. Sta dicendo che aveva previsto l'intelligenza artificiale?


MARX:

Non dica sciocchezze.


MOLLY: Grazie.


MARX:

Avevo osservato un rapporto. È diverso. La macchina incorpora conoscenza, capacità, lavoro umano e può presentarsi all'uomo come una potenza indipendente. Il punto è, oggi come allora, chiedersi perché ciò che gli uomini costruiscono finisca così spesso per apparire loro come qualcosa che li domina.

MOLLY:

Quindi l'AI non è il mostro?

MARX:

Non ho detto neppure questo. Voi avete questa curiosa necessità di sapere immediatamente chi sia il buono e chi il cattivo.


MOLLY:

È molto utile nei talk show.

MARX:

Immagino.

MOLLY:

Facciamo allora una domanda più semplice. Se una macchina riesce a fare in dieci minuti il lavoro che io facevo in otto ore, non dovrebbe essere una splendida notizia?


MARX:

Nel Capitale ho scritto che la macchina è il mezzo più potente per aumentare la produttività del lavoro e quindi per abbreviare il tempo necessario a produrre una merce. Eppure, nelle mani del capitale, diventa anche il mezzo per prolungare la giornata lavorativa oltre i limiti umani.


MOLLY:

Aspetti. Inventiamo qualcosa che ci permette di lavorare meno e finiamo per lavorare di più?

MARX:

Non è così? Oggi tra email e Whatsapp quanto dura la sua giornata lavorativa?

MOLLY:

Lasciamo perdere...

MARX:

Nei Grundrisse la contraddizione era già molto chiara: la tecnica crea la possibilità di ridurre il tempo di lavoro e aumentare quello disponibile per gli individui. Ma il capitale tende a trasformare quel tempo liberato in altro lavoro.


MOLLY:

Quindi se ChatGPT mi permette di fare in mezz'ora ciò che prima facevo in tre ore, il punto sarebbe: chi si prende le altre due ore e mezza?

MARX:

Adesso cominciamo a capirci.


MOLLY:

Perché temo di conoscere la risposta.

MARX:

Anch'io.

MOLLY:

Però oggi la paura è ancora più radicale. Non diciamo più soltanto: “la macchina mi farà lavorare di più”. Diciamo: “la macchina farà il mio lavoro al posto mio”.

MARX: 

Anche questa paura non è nuova.

MOLLY:  Adesso mi cita Il Capitale, vero?


MARX: 

Se lei lo ricordasse non ce ne sarebbe bisogno.


MOLLY: 

Herr Marx, abbia pietà di me sono passati troppi anni da quando andavo all’università...


MARX: 

La grande industria, scrivevo, «minaccia costantemente, togliendogli gli strumenti di lavoro, di strappare dalle mani del lavoratore i suoi mezzi di sussistenza» e, rendendo superflua la sua funzione particolare, di rendere superfluo lui stesso.


MOLLY: 

Ecco. Questa fa abbastanza male nel 2026.


MARX: 

Faceva male anche nel 1867.


MOLLY: 

Giusto.


MARX: 

La vostra tecnologia è straordinariamente nuova. La contraddizione che rivela molto meno.


MOLLY: 

Cioè?



MARX: 

Una società aumenta enormemente la propria capacità di produrre con meno lavoro umano. Potrebbe considerarlo una liberazione. Invece milioni di persone lo vivono come la possibilità di perdere il proprio reddito, il proprio ruolo, la propria sicurezza.


MOLLY: 

Quindi avevamo inventato qualcosa che poteva liberarci dal lavoro e siamo riusciti a trasformarlo nella paura di rimanere senza lavoro.


MARX: 

Lo ha detto lei.


MOLLY: 

Però suona molto marxista.


MARX: 

Ogni tanto le riesce.


MOLLY: 

Ma allora mi spieghi una cosa. Se le macchine facessero davvero quasi tutto, che cosa dovremmo fare noi?


MARX: 

Vivere, immagino.


MOLLY:

Tutto qui?


MARX: 

Le sembra poco?


MOLLY: 

Parecchio, a pensarci.


MARX: 

Nei Grundrisse ragionavo proprio sulla possibilità che lo sviluppo delle forze produttive creasse tempo disponibile per tutti: tempo per sviluppare le capacità degli individui. Il paradosso è che il sistema crea gli strumenti per liberare tempo e contemporaneamente tende a convertirlo nuovamente in lavoro.


MOLLY: 

Quindi lei non sognava un mondo in cui tutti lavorassero.


MARX: 

Sognavo un mondo in cui l'uomo non fosse ridotto al proprio lavoro.


MOLLY: 

E qui arriviamo all'alienazione.


MARX: 

Almeno i Manoscritti del '44 li ha letti.


MOLLY: 

Non si monti la testa.


MARX: 

Scrivevo che nel lavoro alienato l'uomo «si sente presso di sé soltanto fuori del lavoro, e fuori di sé nel lavoro».


MOLLY: 

Ma lo sa che a Milano, prima ancora di chiederti il cognome, ti domandano: “ Tu di cosa ti occupi?”, leggi: “Che lavoro fai?”.


MARX: 

Appunto.


MOLLY: 

Però torniamo a Coxon. Perché lui non teme di perdere il lavoro. Ha lasciato volontariamente uno dei lavori più desiderati del pianeta perché teme ciò che sta contribuendo a costruire.


MARX:

E questo rende la sua scelta interessante.


MOLLY: 

Perché?


MARX: 

Perché per una volta un lavoratore guarda il prodotto del proprio lavoro e si domanda che rapporto avrà con lui e con gli altri uomini. Io l’avevo avvisato nei Manoscritti economico-filosofici: «Quanto più potente diventa il mondo estraneo, oggettivo, che egli crea di fronte a sé, tanto più povero diventa egli stesso, il suo mondo interiore.»


MOLLY: 

Ultima domanda. Lei avrebbe paura dell'intelligenza artificiale?


MARX: 

Sì.


MOLLY: 

Questa non me l'aspettavo.


MARX: 

Ma non perché tema che possa diventare più intelligente di me - nel suo caso, concordo, in altri meno, ndr - ma perché noto che nel vostro parlarne raramente ci si soffermi su chi la controlla, chi possiede le infrastrutture che la rendono possibile, chi decide per quali scopi vada utilizzata.

Chi trae beneficio dal lavoro che sostituisce.

E soprattutto: che cosa ne sarà del tempo umano che promette di liberare.


MOLLY: 

Insomma, io le chiedo se le macchine ci uccideranno e lei mi risponde chiedendomi chi possiede le macchine.


MARX: 

Mi pare che finalmente abbia capito perché è venuta a disturbarmi.

Forse sì.

In questi giorni ci stiamo facendo una domanda gigantesca: l'intelligenza artificiale potrebbe diventare così potente da distruggerci?

Non ho idea della risposta.

Marx, però, me ne lascia un'altra, molto meno fantascientifica e forse proprio per questo più scomoda e utile.

Perché forse il futuro non si deciderà soltanto tra uomini e macchine.

Ma intorno a una cosa molto più antica.

Chi possiede cosa. Non ultimo, il nostro tempo.

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