3 DONNE DI SIMENON: poco woke ma molto pericolose

Georges Simenon sosteneva di aver avuto rapporti sessuali con diecimila donne (ottomila più di Leonardo Del Vecchio, tié!). Un numero che, anche ammettendo qualche generoso arrotondamento, oggi gli garantirebbe la leadership presso i tribunali dei social.
Maschio alfa, donnaiolo compulsivo, esponente di un patriarcato che non sentiva neppure il bisogno di giustificarsi. Eppure, c'è un paradosso che continua ad affascinarmi: questo scrittore, che nella vita sembrava considerare le donne un inesauribile territorio di conquista, ha creato alcune delle figure femminili più complesse, inquietanti e memorabili del Novecento.
Non eroine. Non vittime esemplari. E soprattutto non donne alle quali affidare un messaggio edificante.
Le donne di Simenon possono essere bugiarde, crudeli, possessive, autodistruttive. Qualche volta assassine. E hanno una caratteristica che le rende pericolosissime: non si comportano mai come ci aspettiamo.
Ne ho scelte tre, protagoniste di altrettanti romans durs, i romanzi nei quali Simenon abbandona il commissario Maigret per esplorare le zone meno rassicuranti dell'animo umano.
Tre donne che non vincerebbero nessun premio per la buona condotta. Ma che meriterebbero tutti i premi della letteratura.
Quando François Donge viene avvelenato dalla moglie, la sua prima reazione è lo stupore. Non riesce a capacitarsi che proprio Bébé, quella creatura tranquilla e apparentemente innocua con cui condivide da anni la vita, abbia tentato di ucciderlo.
In La verità su Bébé Donge (1942), Simenon compie un'operazione narrativa formidabile: parte da un delitto per raccontare un matrimonio. E soprattutto per mostrarci quanto poco un uomo possa conoscere la donna che gli dorme accanto.
François non è un mostro.
È un marito borghese, soddisfatto di sé, abituato a considerare il matrimonio una sistemazione conveniente e la moglie una presenza acquisita. Non si è mai chiesto seriamente che cosa Bébé desiderasse, pensasse, soffrisse.
Il veleno non arriva dal nulla. È il risultato di una lunga storia di solitudine che François non aveva nemmeno notato.
Ma attenzione a non trasformare Bébé in una martire del patriarcato. Simenon non ci concede questa consolazione. Il suo gesto resta terribile, sproporzionato, moralmente inaccettabile.
Ed è proprio qui la grandezza del personaggio: possiamo comprendere la sua disperazione senza dover assolvere il suo delitto.
Bébé ci ricorda che l'invisibilità non rende necessariamente innocui.
E che il silenzio di una donna non significa affatto che non abbia niente da dire.
Se Bébé è una donna che nessuno ha saputo vedere, Tati Couderc è una donna che tutti preferirebbero non guardare troppo da vicino.
In La vedova Couderc (1942), Tati è una contadina matura, consumata dal lavoro, dalla fatica e da una vita tutt'altro che generosa. Quando accoglie Jean, un giovane appena uscito di prigione, tra i due nasce una relazione che sfida ogni convenzione.
Tati non possiede nessuna delle qualità che siamo abituati ad associare alle grandi amanti della letteratura. Non ha la bellezza di Anna Karenina, il fascino di Emma Bovary o l'eleganza di Lady Chatterley.
Ha un corpo che invecchia. E un desiderio che non ne vuole sapere.
È gelosa, possessiva, autoritaria. Vuole Jean per sé, come se quell'uomo potesse restituirle tutto ciò che la vita le ha sottratto.
Simenon non abbellisce la sua passione. Non la trasforma in una tardiva e romantica rivincita. La racconta nella sua componente più fisica, egoista, disperata.
E ci mette davanti a una questione che ancora oggi preferiamo evitare: perché il desiderio di una donna dovrebbe avere una data di scadenza?
Tati non è un'eroina dell'emancipazione sessuale. Non rivendica niente. Desidera e basta. Anche quando quel desiderio la rende ridicola, crudele, vulnerabile.
Forse è proprio questo che la rende così scandalosa: non chiede il permesso di continuare a essere una donna.
BETTY: il diritto di fuggire
E poi c'è Betty.
Se dovessi scegliere la più contemporanea delle donne di Simenon, probabilmente sceglierei lei (e infatti le ho dedicato un podcast).
In Betty (1961), incontriamo una donna giovane, bella, alcolizzata, precipitata fuori da un matrimonio borghese e da una vita che avrebbe dovuto garantirle ogni felicità.
Betty beve, mente, tradisce, si abbandona a incontri occasionali. Sembra impegnata in un metodico lavoro di demolizione di sé stessa.
Sarebbe facilissimo leggerla come una vittima: della famiglia, delle convenzioni sociali, degli uomini. Oppure condannarla come una donna egoista e irresponsabile.
Simenon fa qualcosa di molto più interessante. Ci impedisce di scegliere.
Betty non è innocente, ma non è nemmeno semplicemente colpevole. È una donna che sembra incapace di abitare la propria vita senza distruggerla.
E qui il confine diventa sottilissimo: quanto c'è di libertà nel suo comportamento e quanto di autodistruzione? Quanto di ribellione e quanto di disperazione?
La cosa straordinaria è che Simenon non cerca una diagnosi che la spieghi una volta per tutte. Betty resta contraddittoria, sfuggente, a tratti persino insopportabile.
Non vuole diventare una donna migliore per farci piacere.
E noi, lettori abituati a cercare un percorso di redenzione, restiamo senza appigli.
Bébé, Tati e Betty non hanno quasi niente in comune. Una avvelena il marito, un'altra si aggrappa disperatamente a un amante più giovane, la terza sembra voler distruggere tutto ciò che potrebbe salvarla.
Eppure, appartengono alla stessa famiglia letteraria: quella delle donne che non possono essere ridotte a una definizione.
Oggi parliamo moltissimo di protagoniste femminili forti, indipendenti, positive.
Ma quando abbiamo cominciato a pretendere che una donna, per essere un grande personaggio, dovesse anche rappresentare un buon esempio?
Simenon, con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, non sembra essersi mai posto il problema.
Le sue donne possono essere deboli, meschine, egoiste, perfino detestabili. E non perdono per questo un grammo della loro dignità letteraria.
Di certo non era e non avrebbe mai voluto essere considerato un femminista ante litteram di certo il suo sguardo sulle donne resta profondamente segnato dalla cultura maschile del suo tempo.
Ma la letteratura ha questa meravigliosa capacità di sfuggire persino alle convinzioni di chi la scrive.
Forse Simenon non amava le donne come oggi vorremmo che un uomo le amasse. Ma sapeva raccontarle come pochi altri.
E Bébé, Tati e Betty ci ricordano una cosa che rischiamo di dimenticare:
La letteratura non serve a insegnarci come dovremmo essere. Serve anche a mostrarci tutto quello che siamo capaci di diventare.
Persino quando non ci piace.
Fonte immagine: www.simenon-simenon.com














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