TORMENTONE: Non è X, è Y (e a ben vedere non è neanche ChatGPT il problema)

Questo non è un articolo sull’intelligenza artificiale, è un articolo sull’intelligenza umana.
Maledetto stilema, mi hai beccato anche stavolta! O ti ho beccato io? O ti beccherà chi mi legge?
Insomma, ormai basta una frase costruita così e quelli sgamati sentenziano: «Ma è ChatGPT!», Non è X, è Y! La prova, il test, l’onta.
Ne consegue quindi che… L’intelligenza artificiale ha inventato l’antitesi, la negazione, il parallelismo e possibilmente anche Cicerone e di certo la logica aristotelica.
Ho una brutta notizia: ChatGPT non ha inventato nessuno dei suoi tic.
Li ha imparati da noi.
D’altronde che fanno tutto il tempo ’sti poveri software? Ingurgitano miliardi di dati, «leggono» biblioteche intere per imparare a scrivere come noi, gli intelligenti -alcuni- naturali.
A leggere post e commenti si potrebbe quasi dire che la caccia allo stilema dell’AI nei testi sia diventata una branca della critica letteraria e, in quanto tale, si stia normando.
Sì, insomma stia approntando il manuale del perfetto esegeta di indizi, aggravanti e prove schiaccianti.
Il trattino lungo? AI.
Tre aggettivi uno dietro l'altro? AI.
Una domanda retorica? AI.
Una frase breve dopo una lunga? AI, con l’aggravante di premeditazione e depistaggio.
Il nemico numero uno, però, rimane lui: Non è X, è Y.
E a me che me frega? Io mi occupo di classici, quelli scrivevano a mano.
Per esempio, Carlo Collodi, nel 1881, apriva Le avventure di Pinocchio così:
«C'era una volta…Un re! Diranno subito i miei piccoli lettori.No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno.»
Ma scusa Carletto, X, un re… Y, un pezzo di legno.
Pure tu?! E poche righe dopo, che fai, ci ricaschi?:
«Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta.»
Recidivo, proprio come quell’odioso bambino di legno!
Vado sul sicuro: Tolstoj. E quell’incipit, il più bello della letteratura dell’Ottocento.
«Tutte le famiglie felici si somigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.»
Qui manca il non, bisogna riconoscerlo, ma la struttura è sospetta: famiglie felici da una parte, famiglie infelici dall'altra; tutte contro ognuna; somiglianza contro differenza. Alla fine anche qui X contro Y.
L’ho chiesto pure a Chatgpt, anche lui rileva lo stilema. E aggiunge: «Sì, potrebbe essere scritto dall’AI». Anna Karenina, mah!
E vabbè, allora Tolkien?
«In un buco nella terra viveva uno hobbit.»
E fin qui potrebbe cavarsela, il problema è quello che viene dopo.
«Quel buco non è brutto, sudicio e umido. E non è nemmeno arido e spoglio. È un buco-hobbit, vale a dire comodo.»
Negazione. Altra negazione. Ribaltamento finale. Ciuccio lui e scriteriato chi lo pubblica!
E intanto mi torna in mente una celebre citazione:
«Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere che determina la loro coscienza.» Firmato Karl Marx.
Qui non serve neppure il software antiplagio. Ci aggiunge anche «al contrario», che oggi sarebbe probabilmente sottolineato in rosso da qualche zelante investigatore dell'intelligenza artificiale.Andavamo meglio con «Uno spettro si aggira per l’Europa…» Lì, almeno, lo stilema era X è X!
Karl, potevi almeno rielaborare. E dai!
Il problema è che continuando a scavare si arriva molto più indietro.
Vangelo secondo Matteo: «Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.»
A questo punto le possibilità sono due: o ChatGPT aveva accesso alla Palestina del I secolo oppure dobbiamo prendere in considerazione un’ipotesi meno spettacolare: gli esseri umani costruiscono frasi per opposizioni da qualche millennio.
Per una ragione semplicissima: funziona.
Dire prima ciò che una cosa non è e poi ciò che è crea un’attesa, sposta il significato, costringe chi legge a correggere per un istante la propria previsione.
Non è una firma digitale, è retorica (arieccoce!).Insomma, se tutto è AI, nulla è a AI. E invece lei esiste. E ruba il lavoro, abbassa la letteratura, fa male ai grandi (ai politici poi, non ne parliamo) e ai piccini…
In realtà, qualcosa è successo davvero: l’intelligenza artificiale ha preso le nostre strutture linguistiche, le nostre formule, le nostre antitesi, le nostre amate triplette e ce le ha restituite in quantità industriale.
E quando una cosa la vedi una volta non ci fai caso, quando la vedi mille volte cominci a riconoscerla. Alle mille e uno ti scappa un legittimo: «E che palle!»
Scrivendo su un blog che, da tempi non sospetti, reca in testata il bollino ChatGpt free, ed essendo un’inguaribile ottimista io penso che l’AI stia facendo un grande favore a chi scrive:
ci sta mostrando i nostri automatismi, e non solo quelli belli.
Anche quella frase che usiamo perché "suona bene". Quell’aggettivo che arriva sempre insieme allo stesso sostantivo. Quella conclusione solenne che sembra importante ma, se la guardi bene, non dice niente. Quella struttura che abbiamo letto talmente tante volte da essere convinti di averla inventata noi.
Prima li chiamavamo cliché, adesso li chiamiamo ChatGPT.
È molto più rassicurante.
Perché attribuire alla macchina una scrittura prevedibile ci evita una domanda piuttosto imbarazzante: e se fossimo prevedibili anche noi?
Naturalmente questo non significa che sia impossibile riconoscere un testo mediocre prodotto dall’intelligenza artificiale. Al contrario — stilema, esci dal corpo!— certi testi sono perfetti: tutto torna, tutto è ordinato, corretto, sequenziale. Ogni concetto arriva educatamente dopo quello precedente e alla fine abbiamo attraversato tremila battute senza incontrare una sola frase capace di disturbarci.
Ma anche questa, purtroppo, non è un’esclusiva delle macchine.
Di testi umani perfettamente corretti e perfettamente dimenticabili erano pieni giornali, comunicati stampa, quarte di copertina, discorsi pubblici e temi scolastici molto prima che qualcuno inventasse ChatGPT.
Tolstoj può costruire un’antitesi e resta Tolstoj.
Collodi può mettere in scena Non è X, è Y e resta Collodi.
Tolkien può inanellare la tripletta delle negazioni prima di dirci cos’è questo benedetto buco. Idem Marx.
La differenza? È che quando li leggi ti arriva addosso la sensazione che quel testo sia stato pensato, prima ancora che scritto.
E che dietro, o forse meglio, dentro ci sia una voce, uno sguardo, letture, ossessioni, idee. C’è un mondo riscritto in un certo modo.
Perciò, la prossima volta che trovate un trattino lungo, tre aggettivi in fila o il famigerato non è X, è Y, prima di indignarvi, prima di gridare « ti ho beccato ChatGPT!» fatevi una domanda un po’ più difficile:
«Questo testo sembra pensato da qualcuno?»
Perché il problema non è X, ma è Y!
Fonte immagine: albumism.com














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