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L’ATTESA: quello che resta quando smettiamo di distrarci

  • Immagine del redattore: Anna di Cagno
    Anna di Cagno
  • 18 mag
  • Tempo di lettura: 3 min

C’è stato un momento preciso in cui abbiamo smesso di aspettare. Non saprei dire quando. 

Forse quando Amazon ha iniziato a consegnarci tutto in ventiquattr’ore. O quando abbiamo sostituito gli appuntamenti e le citofonate con messaggi tipo: “Sono sotto”. Forse quando il desiderio ha smesso di essere un’esperienza umana ed è diventato un servizio clienti.


Sta di fatto che oggi l’attesa ci sembra un difetto del sistema.


Una perdita di tempo. Una zona morta da riempire immediatamente con qualcosa: notifiche, serie tv, chat, opinioni, consegne rapide, gente qualunque pur di non restare soli con il silenzio.

Aspettare una risposta ci irrita. Aspettare l’amore ci umilia. Aspettare di capire cosa vogliamo davvero ci terrorizza.

Eppure la letteratura — che del cuore umano sa più cose di qualsiasi algoritmo — è piena di persone che aspettano.

Aspetta Penelope, che tesse e disfa la sua tela mentre tutti le chiedono di smettere di credere in un ritorno. Ma ridurre Penelope a una moglie fedele sarebbe un errore enorme. Penelope non aspetta soltanto Ulisse. Penelope difende uno spazio interiore. Tesse per non consegnarsi a una vita che non desidera. Disfa la tela per non farsi divorare dalla fretta degli altri.

Nel frattempo pensa. Resiste. Rimane lucida. 


È questo che trovo straordinario dell’attesa: quando è autentica, non ti svuota. Ti struttura.

Oggi, invece, abbiamo paura proprio di quello che l’attesa porta con sé: il vuoto. O meglio, il tempo non occupato. Quel momento sospeso in cui non puoi fare altro che stare in compagnia di te stesso. E non sempre è una compagnia rassicurante.Per questo Samuel Beckett continua a sembrarmi così contemporaneo. In Aspettando Godot non succede quasi nulla. Due uomini aspettano qualcuno che forse non arriverà mai. Eppure dentro quel “nulla” c’è tutta la tragedia umana.Perché noi viviamo così. Aspettando continuamente qualcosa. La svolta giusta. La persona giusta. Il lavoro giusto. La versione finalmente soddisfacente di noi stessi.

Nel frattempo riempiamo ogni silenzio possibile pur di non sentire la domanda vera: chi siamo quando non sta succedendo niente?


Forse è questo che ci spaventa dell’attesa. Non il ritardo. La solitudine.

E allora arrivano Florentino Ariza e Fermina Daza, che trasformano l’attesa in qualcosa di ancora più ambiguo. Perché Gabriel García Márquez non racconta una semplice storia d’amore. Racconta il rapporto complicatissimo tra desiderio e tempo.Florentino aspetta per tutta la vita. Ma più che aspettare Fermina, sembra proteggere l’idea stessa del desiderio. Finché qualcosa resta lontano, infatti, resta perfetto. Sono le cose reali a essere difficili: i corpi invecchiano, le persone cambiano, la vita sporca tutto.E allora aspetti. Aspetti così bene da trasformare la paura in fedeltà epica.


Fermina invece vive. Attraversa il dolore, il matrimonio, il tempo. Cambia pelle. Non conserva il desiderio sotto vetro: lo mette alla prova della realtà.Ed è qui che l’attesa smette di essere romantica e diventa interessante.


Perché esiste un’attesa che ci aiuta a crescere.


E un’altra che ci tiene immobili, come certe case troppo ordinate dove nessuno osa più vivere davvero. La prima è cura. La seconda è paura ben educata.

Forse il punto allora non è ottenere ciò che desideriamo. Forse il punto è capire chi diventiamo mentre aspettiamo.L’attesa serve a questo: a costruire profondità in un mondo che ci vuole immediati, reattivi, sempre occupati, sempre distratti.


Aspettare non significa restare fermi, significa non riempire subito il vuoto pur di non sentirlo.


Ed è un gesto molto più rivoluzionario di quanto sembri.


Fonte immagine copertina: www.biuso.eu

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