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LA SCENEGGIATA: Aridatece lo zappatore

  • Immagine del redattore: Anna di Cagno
    Anna di Cagno
  • 20 apr
  • Tempo di lettura: 3 min

Quando ero ragazzina, la sceneggiata napoletana impazzava.

Non era una cosa di nicchia, non era folklore da cartolina: era pop puro.E il suo re aveva un nome preciso: Mario Merola.

Si ascoltava, si citava, si imitava.Si rideva.

E poi c’era quella frase — diventata un meme prima ancora che esistessero i meme:“’I stong carcerato e mamma more.”

Dramma. Tragedia. Eccesso.

Eppure, nessuno si scandalizzava...


La sceneggiata nasce a Napoli tra fine Ottocento e inizio Novecento.È un genere ibrido: teatro, musica, racconto popolare.

Si costruisce su una struttura semplicissima e potentissima:

  • lui 

  • lei 

  • l’altro 

  • il tradimento 

  • la colpa 

  • la punizione 

Un triangolo narrativo che non ha nulla da invidiare alla tragedia classica.

Perché sì, diciamolo: la sceneggiata è parente povera — ma neanche troppo — dell’opera.

Anche l’opera nasce come intrattenimento popolare.Poi si raffina, entra nei teatri, diventa élite.

La sceneggiata no.Resta lì, attaccata alla terra, alla lingua, al corpo.


E proprio per questo conserva una cosa preziosa:un rapporto diretto con il pubblico.

Un po’ come la tammurriata, che non è solo un ballo, ma un rito.

Un ritmo antico, legato alla terra e al sacro,in cui il corpo racconta quello che le parole non riescono a dire.

Ecco: la sceneggiata fa la stessa cosa.Solo con il melodramma.

Dentro questo mondo, a un certo punto, emerge lui:

lo Zappatore.

Non solo un personaggio.Una canzone — 1928 — che diventa archetipo.

L’uomo d’onore.Il lavoratore.Il padre.Il marito.

E sì, anche il possessivo.Il geloso.Quello che, se serve, passa all’“omicidio della forchetta”.

Un archetipo che oggi definiremmo senza esitazione: maschilità tossica.


E infatti lo era.

Ma qui succede una cosa interessante.

Erano gli anni delle grandi battaglie femministe.Altro che oggi. Eppure, nessuno si prendeva la briga di trasformare Mario Merola in un nemico pubblico.


Nessuno lo “cancellava”.


Lo si guardava.Lo si citava.Lo si prendeva anche un po’ in giro.

Perché?


Perché era chiaro a tutti che quello era un codice narrativo.


Non un manuale di comportamento.

Era teatro.Era eccesso.Era rappresentazione.

Non prescrizione.


A un certo punto la sceneggiata finisce.

E meno male, verrebbe da dire.


Con lei sparisce:

  • l’uomo padrone 

  • il codice dell’onore 

  • il possesso travestito da amore 

E spariscono anche gli stilemi:l’omicidio domestico,la vendetta,il tribunale morale della comunità.

Ce ne dimentichiamo.

Come succede a tante cose:quando smettono di servirci, le archiviamo.


Ma gli archetipi non muoiono mai.


Si trasformano.Si spostano.Cambiano linguaggio.

E poi, all’improvviso, riemergono.

Ed eccoci a Sanremo.The winner is: Sal Da Vinci con“Per sempre sì”.E scatta l’allarme.

Maschilismo.Tossicità.Ritorno del patriarcato.

Apriti cielo.

Quella canzone non racconta un uomo che controlla.Racconta di un uomo che promette “per sempre sì.”E lo fa nel modo più impegnativo possibile per lui:davanti a Dio.

Non è possesso.È impegno.

Non è dominio.È permanenza.

Eppure, oggi questa cosa ci mette a disagio.


Il punto non è la canzone, è lo sguardo


Perché abbiamo smontato — giustamente —l’idea dell’amore come controllo.

Ma insieme a quella, abbiamo iniziato a guardare con sospetto anche l’idea dell’amore come responsabilità.

Un uomo che dice “resto”oggi sembra già troppo.

Troppo definitivo.Troppo assoluto. Quasi pericoloso.


E poi succede questo: all’estero diventa un inno Queer


Una ballata d’amore universale.Inclusiva.

Stesso testo.Stesse parole.

Due mondi

Cos’è successo tra lo Zappatore e Sal Da Vinci? Abbiamo perso i codici per leggere “quella roba là”, la Sceneggiata.

E senza codice:

  • il dramma diventa rumore 

  • la promessa diventa sospetta 

  • l’uomo diventa caricatura 

E allora sì: Aridatece Lo Zappatore.

Non per tornare indietro.

Ma per recuperare una cosa che abbiamo perso mentre smontavamo il resto: il senso delle cose, quella naturale capacità d’intuire senza pistolotti neoconformisti a cosa serve l’arte, alta o bassa che sia. Cosa ci dice di noi, del contesto che abitiamo e contribuiamo a costruire.

Perché alla fine non è mai la storia.

È sempre come decidiamo di leggerla.

E quello, purtroppo o per fortuna,


non ce lo insegna nessuna sceneggiata.


Fonte immagine copertina: www.radionapoli.it/sceneggiata/

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