LA SOLITUDINE: perché (a volte) ci fa bene
- Anna di Cagno

- 12 gen
- Tempo di lettura: 3 min
Gennaio ha sempre qualcosa di lunare. Le feste sono finite, le lucine spente, gli avanzi (finalmente) terminati. Per molti è addirittura spaesante: si torna a casa dopo essere tornati “a casa”.
Bizzarro.
Spesso si fa fatica a rientrare nei ritmi di lavoro e sempre ci si sente tristi.
Perché il silenzio rimbomba e la quotidianità ci appare più meccanica e ripetitiva del solito.
Ci sente più soli a gennaio, c’è poco da fare.
E la solitudine fa paura. Nell’epoca più social e interconnessa della storia dell’umanità, poi, sembra davvero la condanna peggiore. Ma è possibile che sia solo una questione di POV? Sì, insomma, non può darsi il caso che il problema vero sia che abbiamo smesso di frequentarla con curiosità? Perché se confondiamo la solitudine con l’isolamento, il silenzio con il vuoto, la riflessione con la punizione allora sì che c’è da aver paura.
Invece la solitudine, se scelta e gestita, può essere una meravigliosa forma di libertà.
Se abitata con grazia si rivela fertile e creativa. E quindi necessaria.
Declinare un invito, trascorrere una serata in casa senza nessuno non è una condanna, men che meno una fuga dal mondo. È l’occasione, preziosa, per creare uno spazio mentale dove la mente si raccoglie, la voce si ritrova e le emozioni, belle o brutte che siano, smettono di gridare.
Gli inglesi la chiamano “Enclosure”.
È un termine nato per indicare la recinzione dei terreni non coltivati disposta dai grandi latifondisti dal Cinquecento. Così si arrivò alla coltivazione intensiva e alla più proficua rivoluzione agraria della storia dell’umanità.
Chiaro il concetto?
Se ogni tanto non ti “chiudi” difficilmente poi raccogli.
La letteratura lo sa benissimo, e infatti è piena di personaggi solitari. Non necessariamente tristi. Non sempre felici. Ma vivi, densi, interessanti. Radicali, come solo chi si ascolta davvero può essere.
Pensiamo a Robinson Crusoe: solo su un’isola è costretto a reinventare il mondo.
La sua solitudine non lo distrugge: lo obbliga a pensare. A costruire. A progettare. La creatività, lì, è una questione di sopravvivenza.
O a Emily Dickinson, che ha scelto una stanza tutta per sé prima di Virginia Woolf e da quella stanza ha scritto un universo. Senza social, senza premi, senza like. Solo lei e le sue parole. In silenzio.
E poi Clarissa Dalloway, che cammina per Londra e attraversa vertigini interiori.
La sua solitudine è urbana, elegante, mondana solo in apparenza. Ma è dentro quella solitudine che prende forma il pensiero.
Dostoevskij lo chiama semplicemente il sognatore, il protagonista delle Notti bianche di: un uomo che vive più nei sogni che nella realtà. Eppure, grazie proprio a quella solitudine, arriva a capire una cosa potente: anche un solo attimo di felicità può illuminare un’intera esistenza. Non tutti saprebbero farne tesoro.
Perché, diciamolo: non è la solitudine a fare la differenza, ma lo sguardo di cui la vestiamo.
Leopardi, davanti a una siepe, ci ha visto l’infinito. Un altro ci avrebbe visto solo un cespuglio da sradicare.
Poi ci sono i solitari per vocazione come J.D. Salinger, che si è sottratto al mondo per continuare a scriverlo o Thoreau, che si ritirò due anni, due mesi e due giorni in una capanna sul lago di Walden per provare “a vivere con saggezza, affrontando solo i fatti essenziali della vita” e in cambio ci ha restituito un potente manifesto di indipendenza.
No, la solitudine non è una condanna, men che meno un disvalore. È uno spazio di ascolto.
Ci serve a capire chi siamo quando nessuno ci guarda. E ci può servire a decidere cosa dire, quando nessuno ci costringe a parlare. Non è assenza. È una presenza più densa.
Certo, oggi ha perso molto del suo fascino. Viviamo nella società mediatica, nella costante esposizione di corpo, esperienze, emozioni, e ci siamo convinti che trascorrere un Capodanno o un weekend da soli sia da sfigati. E ci sentiamo sfigati, se per caso dovesse accadere. Ma è solo un POV, come si trova scritto su quei reel che poi diventano virali. Perché se è vero che siamo animali sociali (cit.), è anche vero che senza un po’ di “enclosure” diventiamo uomini cavi, hollow men (cit.).
Per questo gennaio, Molly Brown non propone di fuggire nel bosco (anche perché poi arrivano le tv e finiamo sui giornali) ma di riscoprire la bellezza di quei momenti di “coltivazione intensiva di sé”.
Perché è una piccola rivoluzione gentile. E poi il raccolto arriva.
Fonte immagine copertina: www.didatticarte.it














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