FABRIZIO CORONA: “io sono letteratura” (anche se non lo sa)
- Anna di Cagno

- 11 ore fa
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In un’intervista mitologica, come tutte le sue, Federico Fellini dichiarava qualcosa tipo: “Io la grande letteratura non la conosco. Non ho letto Kafka, Dostoevskij e compagnia bella. Ma non importa, sono già dentro di me.”
Ora, è storia nota che Fellini fosse il più grande e meraviglioso bugiardo del mondo, e quindi è molto probabile che, invece, i classici li avesse letti eccome - magari saltando qua e là, come tutti.
Ma prendiamolo sul serio. Crediamogli come abbiamo creduto che davvero il transatlantico Rex sia passato al largo di Rimini. Perché in quella frase, come in tutte le sue, c’è un’intuizione potente:
Certi archetipi, e certe domande radicali sulla natura umana, una volta fraseggiate dalla letteratura, si sono trasferite nel nostro immaginario, nei nostri sogni e nel nostro linguaggio.
Ecco perché, guardando la serie Io sono notizia su Fabrizio Corona, la sensazione, per me, non è stata solo quella di assistere a una docu-fiction con degli aspetti agghiaccianti come ogni docu-fiction, ma di ritrovare in lui molti dei miei migliori compagni di gioventù.
(Paurina, eh…? Tranquilli non sto parlando di tronisti giornalisti gossippari)
Nella serie c’è Enrico Dal Buono, scrittore e voce narrante che spiega come la vita di FC sia un romanzo e lui un personaggio tragico.
E Molly Brown — che i romanzi li legge e li rilegge — non può che raccogliere la sfida. Ma invece di raccontarlo come se fosse letteratura, preferisce smascherare direttamente la letteratura che agisce dentro di lui. Quella che forse non ha mai letto, ma che forse proprio per questo…
FC e le donne: Don Giovanni, ma di Genet
Il tratto più disturbante della serie riguarda il rapporto con le donne. Non solo per le testimonianze (dolorosissime) di Nina Moric e Belén Rodríguez, ma per l’atteggiamento freddo e lucido con cui FC stesso rivendica l’uso strumentale del corpo femminile.
Lui non seduce per amore. Né per piacere. Né, a ben vedere, per sesso. Seduce per esistere. Un po’ come Don Giovanni, ma non il classico, quello della riscrittura di Jean Genet, che lo trasforma in una figura narcisistica, alienata, tragica.
Il Don Giovanni di Genet non ama. Non gode. Verifica il suo potere. Sedurre è un test: per controllare il mondo, e soprattutto, per avere conferma di esistere.
Le donne sono state un’importante voce economica per FC, lo ammette con una sincerità gelida e tragica allo stesso tempo. Gli sono sopravvissute nonostante tutte le ferite e oggi sono il suo specchio.
E quando lo specchio si incrina, come accade nella serie ed è già stato mostrato da Oscar Wilde, emerge tutta la fragilità di un uomo che ha confuso l’amore con l’applauso.
FC e il denaro: Rastignac de noantri
In più di un video sul suo gigantesco canale Youtube (attualmente bloccato, mah) si definisce Batman. “Io sono Batman” urla agitando le mani tatuate e scotolando la sua polo, l’unica cosa minimal chic alla milanese.
E io penso: “No, no. Tu sei Rastignac”. Hai presente quello che chiude Papà Goriot di Balzac con la celebre sfida rivolta all’intera città di Parigi: “A noi due, ora”?Ecco proprio lui. Ma FC sfida Milano, Mediaset, il Sistema, Il Circolino che sono meno affascinanti di Parigi, ma questo abbiamo.
Anche per lui il denaro non è una risorsa o un mezzo per vivere: è un campo di battaglia. Per FC è Dio, il senso, il fine che giustifica qualsiasi mezzo. Il luogo in cui si misura la sopravvivenza e la supremazia. Ogni euro guadagnato è un trofeo. Ogni investimento, una dimostrazione di forza. La ricchezza, esibita e nascosta in ogni dove, è la conferma che lui, nella catena alimentare, è un predatore e quindi al vertice sempre.
Anche Rastignac, il giovane affamato di Parigi, è un outsider che studia le regole del gioco solo per sovvertirle. Che bacia le mani del potere mentre progetta di prenderne il posto.
E anche lui si costruisce, entra nella società solo per smascherarla, per approfittarne, per vendicarsi di un credito inestinguibile da esigere con chiunque abbia più potere di lui.
FC e il potere: il Conte di Montecristo from Opera
Quando FC parla del carcere, lo fa con un tono epico. Non sembra un sopravvissuto, ma un reduce da una missione segreta. Si è fatto anni di galera, ci tiene a precisarlo, senza mai cedere. Ne parla come se fosse un apprendistato. Un rito di passaggio.
Ed è qui che entra in gioco il Conte di Montecristo. L’uomo incarcerato ingiustamente, che torna nel mondo per vendicarsi. Che non perdona, non dimentica, non si redime.
Usa il potere come arma, la ricchezza come vendetta, l’identità come maschera.
Corona non è un Montecristo classico. Non c’è ingiustizia assoluta nella sua storia. Ma l’epica con cui si racconta — l’ossessione del controllo, la strategia della resurrezione mediatica — lo avvicinano all’archetipo di chi non accetta la sconfitta e si trasforma in macchina da guerra.
FC e il padre: Amleto siculo
Il punto cieco, in tutto questo, è il padre. Morto quando lui era giovane. Ricordato con amore, rabbia, dolore. Una figura mitica, stimato da tutti, amato da lui più di quanto forse sia in grado di gestire.
Qui non si può non evocare Amleto. Il principe dilaniato dal dubbio, lacerato da un lutto mai superato. L’uomo che deve decidere se vendicare, obbedire, diventare come il padre o distruggerne il fantasma. E non ultimo: se essere o non essere.
Corona, come Amleto, è figlio di un’assenza.
È più abbronzato, volitivo e sboccato dell’esile principe, non è cresciuto nel castello di Elsinore ma a Catania prima, e nella Milano da bere poi. E in quella assenza ha costruito il suo unico, irriproducibile delirio di onnipotenza.
FC venera solo sé stesso, e sta producendo il personal branding più efficace mai visto in rete. Ma chi lo guarda, chi lo commenta, chi lo assolve o lo condanna, dovrebbe almeno chiedersi:
Chi sta scrivendo questo romanzo?
Perché è questo che fa la differenza.
Fonte immagine copertina: libero.it

















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