Il senso di colpa: perché non ti rende migliore
- Anna di Cagno

- 1 giorno fa
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Il senso di colpa è come il celebre tubino nero: sta bene in ogni occasione. Si adatta, si mimetizza, si incolla a ogni stagione dell’anima. Ti accompagna come un’ombra, e si insinua nei gesti più banali: quando mangi un dolce, quando dici di no, quando stai bene mentre qualcun altro sta male. È la voce nella testa che sussurra: “Vergognati.”
Ma da dove viene il senso di colpa? A che serve? È davvero una bussola morale?
Partiamo da qui: il senso di colpa non è una virtù. È un raffinato meccanismo di controllo.Un sistema educativo. Un software preinstallato. E un’arma bifronte: serve a chi vuole manipolarti e ti serve se vuoi manipolare. Perché i reo-confessi di senso di colpa si sentono, automaticamente, parte del cluster dei buoni&sensibili. Ho fatto qualcosa d’ingiusto? Ho ferito i sentimenti di chi mi vuole bene? “Ok, però mi sento in colpa”.
Nella nostra cultura giudaico-cristiana, il senso di colpa ha una storia lunga: nasciamo tutti con un debito originario verso Dio. L’abbiamo mandato a morte noi suo Figlio, il Salvatore. Un dio solo, nelle religioni rivelate, si fa uomo e scende sulla terra per liberarci, e noi che facciamo? Salviamo Barabba. Giusto che questa colpa ci accompagni per sempre, e che questo debito non sia mai estinguibile.
Da lì in poi, la colpa diventa moneta. E il senso di colpa, uno strumento potentissimo di governo:
Governa la colpa e governerai l’uomo.
Nietzsche lo spiega benissimo ne La genealogia della morale: la colpa non nasce da un alto concetto di bene, ma dal passaggio dal debito economico a quello morale. È un meccanismo di potere, non un valore etico. “Mentre l'uomo nobile vive con fiducia e schiettezza davanti a sé stesso, l'uomo del risentimento non è né schietto né ingenuo né onesto e franco con sé stesso.”
Gratta gratta e sotto l’uomo del risentimento trovi il senso di colpa. E infatti lui non cambia il mondo: lo accusa. Non si emancipa: si punisce.
E allora viene da chiedersi: se ti comporti bene solo per non sentirti in colpa, sei davvero una brava persona?
O sei solo uno “schiavo” come avrebbe detto Friedrich?Insomma, cos’è che temi: quel disagio fastidioso con cui convivere o di ferire qualcuno, venir meno a una promessa, tradire la fiducia?
Circa centovent’anni dopo David Foster Wallace, nel suo celebre discorso Questa è l’acqua (cfr articolo Molly 12 febbraio 2024) chiama default setting la configurazione di base degli adulti adattati. È lo schema mentale automatico con cui reagiamo al mondo senza accorgercene. E ci avverte: la vera libertà è “riuscire a decidere consapevolmente che cosa venerare.” Che è una cosa molto faticosa, perché c’impone di essere aware, consapevoli. Di noi, delle nostre azioni e del loro impatto sugli altri.
Ecco, liberarsi dal senso di colpa è anche questo: scegliere consapevolmente cosa venerare, e quindi in cosa credere, se in un dispositivo automatico e depositato dentro di noi o nella libertà di scegliere.
La colpa fa bene, sia chiaro, è un prezioso attivatore di pensiero, ma non può essere un rifugio.La letteratura ce lo insegna da sempre.
Pensiamo a Raskol’nikov, in Delitto e castigo. Uccide, si tormenta, si ammala di senso di colpa. Ma non guarisce finché non attraversa il dolore fino in fondo, finché non rielabora una visione del mondo nuova. È l’etica a salvarlo, non la colpa.
Hester Prynne, ne La lettera scarlatta, è costretta a portare il marchio dell’adultera, ma non si nasconde. Non si annulla. Trasforma quella lettera in un simbolo altro. Crea un’etica della comprensione, dell’ascolto. Diventa guida. La colpa le viene imposta, ma lei la trasforma.
E che dire di Giuda? Il colpevole per eccellenza. In molte riletture (da Borges a Pasolini), Giuda non è il traditore tout-court, ma un personaggio tragico. Il suo errore non è tanto il tradimento, quanto l’incapacità di perdonarsi. È la colpa, non l’atto, a ucciderlo.
La morale di queste storie non è: “Liberiamoci da ogni colpa e facciamo quello che vogliamo”. Tutt’altro.
È: non lasciamoci guidare dalla colpa, ma dalla coscienza. Non dall’ansia (e alle volte dal compiacimento un po’ narcisistico) di espiare, ma dal coraggio di pensare. La colpa immobilizza. Il pensiero trasforma.
Perché alla fine, un uomo che si comporta bene solo per senso di colpa è uno schiavo ben addestrato.
Un uomo che sceglie il bene perché lo ha pensato, interrogato, desiderato è un essere libero.
O comunque un po’ più libero.
Ecco perché il senso di colpa va smascherato.Non per diventare cinici o crudeli, al contrario. Per diventare liberi e vedere negli altri un fine e non un mezzo.
Firmato,Molly Brown(che giusto stamattina si è sentita in colpa per una granita di caffè con doppia panna, ma poi ci ha scritto sopra un articolo).
Fonte immagine copertina: www.storicang.it













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