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Michael Jackson: la maschera tragica dell’America

  • Immagine del redattore: Anna di Cagno
    Anna di Cagno
  • 26 giu
  • Tempo di lettura: 5 min

C'è una cosa che non riesco a togliermi dalla testa ogni volta che guardo una foto di Michael Jackson degli ultimi anni. Non è la pelle. Non è il naso. È lo sguardo. Che ha qualcosa di vitreo, come se dietro non ci fosse nulla di diverso da quello che il pubblico vuole vedere: la popstar.  

Eppure, Michael Jackson non è una popstar. Non è nemmeno un personaggio. È una maschera. E le maschere, come ci insegnano i Greci e gli antropologi e anche un po’ il carnevale di Venezia, non nascondono. Rivelano. Rivelano chi le indossa, certo. Ma soprattutto rivelano chi le guarda.

Partiamo dall'inizio. Non da Gary, Indiana, dove Michael nasce nel 1958. Partiamo da molto prima.

C'è una scena in Gangs of New York di Martin Scorsese che dice tutto: è quella in cui i Dead Rabbits di Priest Vallon e i Native Americans di Bill the Butcher si preparano alla battaglia come per una messa: si benedicono, pregano, si guardano negli occhi. Poi si scannano. Ah, dici che Trump in preghiera con i suoi adepti nello studio ovale era una citazione da cinefilo?

No. Dico che il grande cinema arriva con le immagini all’anima della cose. In questo caso al cuore della cultura che racconta.


Gangs of New York ci mostra che in America la violenza non è mai stata un incidente. È l’origine, un atto fondantivo, un linguaggio. Un sistema. 


Ogni cultura ha una sua grammatica, un manuale di regole non scritte su cosa vale, cosa conta, cosa viene premiato. E la grammatica americana è questa: vinci tu, o vince qualcun altro. La libertà è reale, ma è la libertà del più forte. Il sogno americano esiste, ma è costruito sulla premessa che qualcuno, da qualche parte, stia perdendo.

Da questa grammatica nasce il mito del self-made man. Nasce la glorificazione del successo a qualunque costo. Nasce, in ultima istanza, Joe Jackson.

Joe Jackson era un uomo che aveva dei sogni e non aveva avuto i mezzi per realizzarli. Una storia comunissima. Quello che lo rende diverso è quello che ha fatto con quella frustrazione: l’ha trasformata in un progetto imprenditoriale. I Jackson 5 non erano cinque fratelli e neanche un band. Erano un’azienda, un brand, una macchina perfettamente oliata in cui ogni componente aveva un ruolo, un compito, un valore di mercato.

Michael era il prodotto principale, il più rifinito, quello con il margine più alto.


E per trasformarlo in quello che doveva diventare, ci voleva un processo di produzione perfetto: ore di prove infinite, disciplina feroce, sacrificio. La sua infanzia era un costo da tagliare: non serviva, non piaceva, non vendeva. 

Certo, nascere con un talento così fuori scala, così esagerato è sempre una condanna. 


Ma il talento è una materia prima, da sola non basta. Joe Jackson sapeva come lavorarla e, soprattutto, venderla.

La cultura di massa è la cultura americana tout court. È nata lì, e lì ha messo a punto il sistema, il suo star system. Da Elvis in poi è diventa industria. Era questa l’intuizione geniale di Andy Warhol: dove tutto è industria, i beni industriali sono opere d’arte. Michael Jackson cresce immerso in questa cultura. E capisce benissimo, come aveva capito Elvis, che non c’è spazio per il dolore. Ma arte e dolore hanno sempre un rapporto simbiotico, difficilmente una esiste senza l’altro. Se il blues nasce dal dolore degli schiavi, il rock lo eredita e non solo nelle distorsioni musicali.  Nel frattempo, però, diventa un business. E da un certo momento in poi, si tratta di vendere non solo un vinile, ma un sogno, una stella, un dio accessibile a tutti. La macchina non può fermarsi. Lo show deve andare avanti.


Il dolore però non scompare. Si sposta. Trova altri canali. 


Per esempio il corpo.  Quello di Michael Jackson è il corpo più spiato e probabilmente il testo più letto e interpretato degli ultimi cinquant’anni. Un luogo in cui anche una malattia autoimmune diventa arma per gang da strada che si sfidano a colpi di tabloid e programmi tv trash.  Tutti hanno un’opinione. Addirittura la sorella alimenta ipotesi stravaganti. E per necessità, e per business ci si ferma alla superficie: alle evoluzioni delle nuance della pelle, a quel naso che scompare progressivamente, alla somiglianza sempre più smaccata con Diana Ross. 

Intanto, il corpo di Michael diventa il campo di battaglia in cui si combatte uno scontro impossibile tra quello che è e quello che dovrebbe essere, tra il dolore che sente e il successo che deve incarnare, tra il bambino che non ha potuto essere e il prodotto che è diventato. Ogni intervento chirurgico è una cicatrice di quella guerra. Ogni parrucca, ogni maschera sul viso, ogni tentativo di cancellare e riscrivere i lineamenti racconta qualcosa.

Nel teatro antico per i greci la maschera era Prósopon, in latino Persona.

Quando nella vita di MJ arriva il momento l’imprevisto, quello che in una lezione di scrittura chiamerei “l’incidente scatenante”, il suo corpo diventa luogo dell’assurdo.  Durante le riprese di uno spot commerciale per la Pepsi un fulmine, una folgore divina (di fatto un faretto) gli cade in testa egli brucia capelli e cuoio capelluto. 


Una vita sotto scorta a difenderti dai fan e poi arriva una scintilla…

Un’infanzia solitaria e triste in cui mette radici il dolore impalpabile dell’infelicità e poi arriva quello vero, che stravolge il corpo e se ne appropria con una violenza che le cinghiate di pa’ Joe fanno il solletico. Anche questo non serve e non produce anzi, peggio, porta passivi nei libri contabili. Ed ecco il farmaco. La pasticchetta amica. Che ti rimette in piedi e ti riporta on stage. Pazienza se poi arriva la dipendenza.


Michael Jackson non era un tossico, come non lo era Prince.


Il farmaco non serviva a “sballarsi”, serviva a reggere. Reggere ritmi impossibili, aspettative infinite e un sistema che non si può fermare.

Il dolore è nemico della produzione. La Purdue Pharma lo sa e ci ha costruisce un impero.

Il 25 giungo del 2009 muore Michael Jackson di Profol, un antidolorifico. Nel 2016 se ne va Prince è per un overdose accidentale oppiodi, un anestetico. Il primo soffriva di dolore cronico dovuto a una delle ustioni peggiori, il secondo aveva un problema alle anche.


Nella tragedia greca l’eroe tragico quasi sempre perde tutto, ma il dolore serve a qualcosa: lui soccombe, noi impariamo.


La sua caduta porta conoscenza al pubblico, lo trasforma, lo libera dalle sue paure.

Nella tragedia di MJ invece il dolore non non porta da nessuna parte, non insegna nulla. E il pubblico che oggi balla nelle sale cinematografiche con un “bravo” nipote che gli fa il verso è lo stesso di quello che in discoteca provava disastrosi moonwalking. Eravamo e siamo rimasti consumatori di un prodotto di massa, quando invece valeva la pena leggerlo The King of Pop.


Immagine creata con AI

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