LA CARTOLINA: quando le vacanze finivano due volte
- Anna di Cagno

- 4 ore fa
- Tempo di lettura: 2 min
C'era una volta, il viaggio.
Avveniva per lo più in estate e chi partiva, spariva davvero. Che fosse tua sorella o il tuo ragazzo, la migliore amica o nonnina in villeggiatura, in genere sapevi solo una destinazione: Francia, Dolomiti, Grecia.
Rientravi in città e trovavi una cartolina.
Una foto un po’ sbiadita di Londra, Corvara o Corfù, due righe scritte in fretta, un francobollo storto e una firma quasi illeggibile che dava per scontato che tu ricordassi.
Per settimane non avevi avuto notizie, non sapevi dove, quando, con chi, perché…
A settembre ricominciava la vita normale, gli impegni, il lavoro, lo studio ma era comunque un mese bello, perché avresti rivisto la tua vera rete degli affetti e avresti trascorso serate a raccontare quella cartolina, tutto ciò che conteneva e spesso nascondeva.
Adesso la reunion post vacanze sembra quasi un debrief aziendale:
Nome del Progetto
Partecipanti
Obiettivo
Risultati/KPI (per chi non sapesse cosa significa, sta per Key Performance Indicator)
«Ho visto che sei stata…» «Ed eri con…»
«E hai incontrato…»
Sappiamo già tutto, quindi facciamo solo una verifica per controllare che quanto postato corrisponda a verità.Perché il dubbio che quei piedini fotografati sul pontile di un caicco al largo di Kekova non siano del nostro interlocutore è sempre attivo, e legittimo.
Un tempo ricevevi una cartolina e immaginavi.
Spesso molto di più di quanto il mittente avesse vissuto.Il suo viaggio ti arrivava addosso con una potenza smisurata rispetto alle informazioni che quella cartolina conteneva, e di certo rispetto alla fotografia che, in genere, era abbastanza brutta, sgranata, kitsch.Eppure Londra o Corfù, e anche Corvara, diventavano richiami irresistibili.E quel viaggio, che non avevi fatto tu, cominciavi a costruirlo nella testa.
Come quando leggevi un romanzo e immaginavi che Julien Sorel avesse lo stesso naso di tuo cugino e Isabel Archer gli stessi occhi della tua migliore amica.
La cartolina era un piccolo romanzo.
Ti dava poche informazioni e ti costringeva a fare il resto.
Esattamente come fanno i grandi scrittori.
Balzac non descrive tutto. Jane Austen non spiega tutto. Proust non fotografa.
Ti lascia immaginare.
E ti dislocava nello spazio e soprattutto nel tempo.
Il tempo della cartolina, infatti, non era il tempo della realtà, era quello della fantasia, dell’immaginazione.
Al contempo, la scelta che stava dietro ogni invio raccontava una scelta sentimentale: non ne spedivi cento e non le spedivi a chiunque.
La cartolina ti obbligava a scegliere.
Ne spedivi cinque.
Magari tre.
Dovevi decidere chi meritasse davvero un pezzetto del tuo viaggio.
Scrivevi, come direbbe Kurt Vonnegut, «per dare piacere solo a una persona».
Oggi raccontiamo tutto a tutti, quindi alla fine parliamo solo a noi stessi.
E, forse proprio per questo, non raccontiamo più niente.
Quest'estate facciamo una prova.
Entriamo in una cartoleria. Compriamo una cartolina. Scriviamo due righe a qualcuno.
Meglio se sciocche.
"Saluti da Kekova."
"Un bacione dal Mottarone."
Niente aforismi.Niente tramonti con Nietzsche.Niente "ritrovare sé stessi".
Lasciamo che sia il tempo a fare il suo lavoro.
Perché le emozioni più belle non arrivano in tempo reale.
Arrivano quando qualcuno ha già avuto il tempo di viverle.
Fonte immagine: informazionefacile.it














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