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  • Immagine del redattoreAnna di Cagno

Molly Intervista Omar Pedrini




Ovvio che i Timoria li ascoltavo, talking about my generation… Poi però quest’anno ho sentito parlare Omar Pedrini durante un incontro presso la Piccola Accademia di Poesia di Milano: chiacchierava  con la sua direttrice, Elena Mearini, di rock e Paul Celan, John Lennon e Vladmir Majakowskij. E allora gli ho chiesto un’intervista. Per ripercorrere insieme la sua storia musicale, e perché Sanremo è alle porte, quale momento migliore per parlare di musica autentica e del suo ruolo? Non ultimo, per conoscere meglio un uomo di rara sensibilità e intelligenza che ci vive immerso da quando ha cominciato a scrivere le sue prime paroline a scuola.


Quando hai capito che la musica sarebbe stata la tua destinazione? A 5 anni quando mia nonna mi regalò la mia prima chitarra. Mia nonna era maestra di musica e suo padre un liutaio e me la fece lui. Diventò la mia compagnia preferita, perché quando me la consegnò mi disse: “Con la musica non sarai mai solo”. E aveva ragione. Ho cominciato ad accarezzare l’idea che potesse diventare il mio “lavoro” a diciannove anni quando, con i Timoria, vincemmo come miglior band il concorso Rock Targato Italia, nel 1987. Allora ho capito che eravamo bravi e potevamo distinguerci dalle altre band. La vera consapevolezza è arrivata, però, al primo invito a Sanremo nel 1991, quando per noi hanno istituito il Premio della critica, che prima non esisteva per i giovani. Quello è stato il momento in cui ho visto la mia “vita adulta”.


E dopo quel Sanremo avete fatto il botto, come si usa dire. E la gavetta? È stata lunga. Io ho cominciato al ginnasio (a proposito, a consolazione di tutti i bocciati al primo anno di liceo: è stato grazie a quell’inciampo che l’anno successivo è finito in classe con Carlo Alberto Pellegrini e poi ha conosciuto Diego Galeri ed Enrico Ghedi, ndr) e prima, ma anche dopo il 1991, ho fatto di tutto. Mi ricordo quando aprivamo a Milano i concerti di gruppi punk e ci sputavano addosso. Ancora nel 1992, quando seguivamo il tour estivo di Ligabue, noi dormivamo in spiaggia sotto il furgone. Una volta poi raggiunto il successo in Italia è arrivata la gavetta in Francia, dove non ci conosceva nessuno. Solo nel 1993 è arrivato il primo disco d’oro con Viaggio senza vento, ma per nove anni abbiamo mangiato polvere…


Oggi invece? Oggi ci sono i social, i talent show e puoi arrivare al successo senza passare dalla polvere. Sembra brutto dirlo, soprattutto perché mi fa sentire vecchio, ma ai miei tempi senza la gavetta non arrivavi da nessuna parte


Milan Kundera ha scritto: “Un uomo non può essere ebbro di un romanzo o di un quadro, ma può ubriacarsi della Nona di Beethoven o di una canzone dei Beatles”. Sei d’accordo? Amo Kundera ma per una volta non sono d’accordo con lui. Davanti ai corvi di Van Gogh io ho provato davvero la sindrome di Stendhal e ne ho avuto un accenno anche davanti all’Urlo di Munch. Quindi, secondo me, ci si può inebriare di un quadro e anche di un romanzo, di certo di alcune poesie. Ne ho diverse che conosco a memoria e che ancora oggi mi fanno accapponare la pelle dall’emozione, ogni volta che le leggo.


Cito Baudelaire che diceva: “bisogna essere tutti ubriachi ma di vita”.


Dici che è per questo che la musica, da sempre, fa paura al Potere? È vero che la musica ha maggiore facilità a entrare nell’anima, perché è diretta e immateriale. Sono “solo” atomi, ma che ti scorrono sottopelle e diventano energia pura, per questo sì, fa paura. La musica muove le masse, cose che un quadro non può fare. È un evento collettivo che aggrega, mette in contatto profondo un potenziale numero infinito di persone, e quindi può spostare opinioni e orientare scelte. Questo preoccupa da sempre chi detiene il potere. Giustamente. Perché poche cose esercitano un eguale effetto.

Per questo motivo John Lennon fu considerato in America un ospite indesiderato, perché le sue canzoni “muovevano” milioni di ragazzi contro le decisioni della politica, vedi la guerra in Vietnam. Solo la poesia ha lo stesso potere della musica, e non a caso s’intrecciano.


Cosa rende voi rockstar così irresistibili? Perché noi ordinary people abbiamo così bisogno di voi? Una volta eravamo irresistibili… Poi sono arrivati i calciatori a rubarci il podio e oggi – ben gli sta – sono stati soppiantati dagli chef! (ride, e pure io, che aggiungo: “appost’!”, ndr).

A parte gli scherzi, credo che quello che comunque continua a esercitare fascino sulle persone sia il fatto che noi rockstar restiamo un po’ dei cavalieri 2.0: noi siamo quelli che sul palcoscenico imbracciano le loro armi (chitarre, bassi e altri strumenti) e, cavalcando un ritmo potente tanto quanto, e spesso anche di più dei battiti del cuore, infrangiamo le regole, spezziamo un po’ di catene mentali. Questo senso di libertà che il rock trasmette era e resta e resterà per sempre irresistibile.


Già, la libertà. La cosa più sexy.


Foto di Jarno Lotti da rollingstone.it

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